Bioplastiche in agricoltura: una soluzione sostenibile per il futuro?
Nell’ambito della presentazione delle Piattaforme Scientifiche@UniTo, svoltasi il 28 gennaio 2025, la Dott.ssa Silvia Celletti del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari (DISAFA) ha acceso i riflettori su una rivoluzione silenziosa: l’uso delle bioplastiche in agricoltura. La sua relazione, "Bioplastiche in agricoltura: una soluzione sostenibile per il futuro?", ha svelato opportunità e criticità di materiali che potrebbero ridisegnare le pratiche agronomiche.
Cosa sono le bioplastiche? Un viaggio tra bio-derivate e biodegradabili
Le bioplastiche non sono tutte uguali. Come ha chiarito Celletti, si dividono in tre gruppi:
Gruppo 1 (PLA, PHA): derivate da fonti rinnovabili (mais, canna da zucchero) e biodegradabili;
Gruppo 2 (Bio-PE, Bio-PP): bio-derivate ma non sempre biodegradabili;
Gruppo 3 (PBAT, PCL): biodegradabili ma di origine fossile.
"Il termine ‘bio’ può trarre in inganno: non tutte le bioplastiche sono ecologiche per definizione", ha sottolineato la ricercatrice. Il loro uso principale? Pacciamatura, film per serre e sistemi a rilascio controllato di nutrienti.
I benefici: meno plastica fossile, più economia circolare
I vantaggi sono tangibili:
Riduzione del 30-50% dell’uso di plastiche convenzionali;
Miglioramento della sostenibilità in coltivazioni intensive;
Contributo all’economia circolare grazie alla compostabilità.
Ma la vera sfida, come emerso dalla relazione, è l’impatto su un sistema complesso: il suolo.
Le ombre: quando la biodegradazione diventa un rompicapo
Studi recenti (Feng, Science of The Total Environment, 2023) rivelano effetti imprevisti:
Alterazione della struttura del suolo: le microplastiche biodegradabili modificano porosità e densità;
Squilibri microbiologici: riduzione fino al 40% dell’attività enzimatica (fosfatasi, cellulasi);
Impatto sulle piante: stress ossidativo e riduzione dell’assorbimento di nutrienti in colture come il basilico.
"La biodegradazione in laboratorio non replica i tempi reali in campo: servono standard ad hoc", ha avvertito Celletti, citando casi in cui residui di PBAT persistevano nel suolo oltre 24 mesi.
Il progetto MicroSPiM: basilico sotto la lente d’ingrandimento
La risposta dell’Università di Torino è un progetto innovativo in collaborazione con l’Università di Varsavia:
Modello sperimentale: coltivazione di Ocimum basilicum esposta a microplastiche convenzionali vs biodegradabili;
Analisi integrate:
Foglie: fenotipizzazione avanzata, profilo metabolico e biomarcatori di stress;
Suolo: caratterizzazione chimica e studio del microbioma (funghi e batteri);
Dati incrociati: correlazione tra alterazioni del suolo e risposta vegetale tramite ICP-MS e analizzatori elementari.
Le priorità per la ricerca: 4 fronti aperti
Celletti ha tracciato la roadmap futura:
Analisi del ciclo di vita (LCA) per valutare l’impronta ecologica reale;
Standardizzazione dei test di biodegradazione in condizioni reali;
Monitoraggio degli effetti cumulativi su diverse colture;
Linee guida normative per l’uso agricolo delle bioplastiche.
Conclusioni: sostenibilità è equilibrio
Le bioplastiche restano un’opportunità cruciale, ma:
"Senza ricerca multidisciplinare, rischiamo di sostituire un problema con un altro", ha concluso la ricercatrice. La piattaforma SUSPLAS@UniTo sarà il cuore di questa sfida, integrando competenze da agronomia, chimica e microbiologia.
Un messaggio chiaro: la transizione ecologica in agricoltura non è una semplice sostituzione di materiali, ma un ripensamento sistemico dove scienza e regolazione devono viaggiare parallele.
Per collaborazioni: Dott.ssa Silvia Celletti - silvia.celletti@unito.it | Piattaforma SUSPLAS@UniTo